Enrique Vila-Matas nasce a Barcellona il 31 marzo 1948. A vent’anni diventa redattore della rivista Fotogramas. Il suo primo articolo è dedicato a Eastwood e s’intitola El rostro impasible. Il secondo è una traduzione che viene pubblicata col nome di Mary Holmes (5 luglio 1968). La rivista aveva comprato un’intervista a Marlon Brando e Vila-Matas, per non ammettere di non sapere una parola d’inglese, invece di tradurla se l’inventa di sana pianta. In seguito fa lo stesso con Nureyev, Patricia Highsmith, Anthony Burgess e Cornelius Castoriadis, ben sapendo che nessuno di loro avrebbe avuto l’opportunità di contraddirlo. I guai nascono quando ripete il trucco con Francisco Rovira-Beleta e Juan Antonio Barden (lo zio di Javier) che non la prendono bene. Nel 1970 realizza due cortometraggi che non lasciano traccia. Di Todos los jovenes tristes e Fin de verano non si trovano responsi critici, se non quello del padre del regista (peraltro finanziatore delle opere) che gli consiglia senza mezzi termini di trovarsi un lavoro vero.
Nel 1973 esce il suo primo romanzo, Mujer en el espejo contemplando el paisaje. Oggi è considerato da molti come uno dei maggiori scrittori contemporanei di lingua spagnola.
1) La notte (Michelangelo Antonioni, 1961). Giovanni Pontano (Mastroianni) è uno scrittore di successo sposato con Lidia (Moreau). Questo basta al giovane Vila-Matas per individuare quali saranno le sue massime aspirazioni nella vita: diventare scrittore e avere una storia con Jeanne Moreau. Una delle due cose gli riesce.

2) Il diritto di uccidere (Nicholas Ray, 1950). Il titolo originale è In a Lonely Place. Quello spagnolo En un lugar solitario. Che sarebbe dovuto essere anche il titolo del primo romanzo di Vila-Matas. E che comunque diventa il titolo della riedizione, pubblicata nel 2011, dei suoi primi cinque libri. Dixon Steele (Bogart) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale, un rissoso e intrattabile sceneggiatore di genio, di fatto, uno psicopatico. Vila-Matas si identifica talmente nel personaggio che per un periodo si mette a fare l’antipatico, convinto che in quel modo tutti si sarebbero resi conto della sua genialità, “a pesar de ser yo tan idiota”.
3) L’oscuro oggetto del desiderio (Luis Buñuel, 1977). “Habría hecho feliz a Buñuel el publico de la sesión a la que asistí: compactos grupos de tristanas, nazarines, viridianas, peleles y ángeles exterminadores aguardando en taquilla su entrada al reino de los cielos, desdicha y estupidez burguesa que siempre recrea Buñuel.” Questo è lo splendido incipit di En el amor hay teatro, la recensione al film che Vila-Matas consegna alla rivista Destino (n. 2011, 23 marzo 1978, p. 31)
4) Detour (Edgar Ulmer, 1945). Il protagonista di El mal de Montano (2002), non più José, ma già Rosario Girondo, è a Praga per una conferenza. A convincerlo ad andare a vedere il film di Ulmer è il suo amico Tonguy, l’uomo più brutto del mondo, l’attore che ha interpretato l’uomo libellula un un film di Fellini e che è stato protagonista di un biopic su Bela Lugosi. La visione del film è catartica. “Pelicula extraña, seguramente la más rara y la mejor que he visto en mi vida, pero que no tardé en saber que traía fadalidad y desamparo extraño, el que siento yo esta noche, falto de abrigo y comida, por la carretera perdida de la vida.”
5) India Song (Marguerite Duras, 1975), Nel febbraio del 1972 Vila-Matas va a stare a Parigi nella buhardilla che gli affitta Marguerite Duras. Nel 2003 su quell’esperienza scriverà un romanzo intitolato Paris no se acaba nunca. A Parigi va spesso al cinema (Johnny Guitar, Il conformista), ma con India Song è diverso perché lì può andare direttamente sul set. E quindi osservare Delphine Seyrig e Michael Lonsdale che si aggirano muti per il palazzo Rotschild al Bois de Boulogne, mentre nel sonoro una voce senza corpo parla di Anne-Marie Stretter, la moglie del vice-console, la donna di cui verrà ritrovata soltanto una vestaglia. Nei pressi del Gange. Duras no se acaba nunca.
6) Viaggio in Italia (Roberto Rossellini, 1954). Federico Mayol, il protagonista di El viaje vertical (1999), crede di assomigliare a George Sanders, anche se nessuno sembra essere d’accordo con lui. Il film di Rossellini comincia con Sanders che scambia battute banali con Bergman. Al momento non sappiamo chi siano, da dove vengano e dove vadano. E’ come se fossimo entrati a film già iniziato. Questo perché la vita è un tessuto continuo e ogni inizio è arbitrario. Il professor Morante di Doctor Pasavento (2005), quello che vive nel manicomio di Torre del Greco, dice che proprio per queste ragioni quello di Rossellini è il film della sua vita. Curiosamente sono le stesse argomentazioni che usa Vila-Matas nell’articolo Un tapiz que se dispara en muchas direciones, contenuto nella raccolta El viento ligero de Parma (2004).
7) Rendex-vous à Bray (André Delvaux, 1971). Il protagonista di Perder teorias (2010) si trova a Lione per una conferenza, Il fatto che nessuno degli organizzatori lo accolga al suo arrivo non lo preoccupa più di tanto. Lui è a Lione, sulla presqu’île e quindi pensa allo scrittore Julien Gracq che così ha intitolato una sua raccolta di racconti. E pensa al terzo di questi, Le roi Cophetua, da cui André Delvaux ha tratto questo film. Un film che qualifica di inolvidable. E nell’intervista concessa ai Cahiers (n. 731, febbraio 2011, p. 93) aggiunge: “J’aime aussi dans le film cette idée du voyage aller-retour sans avoir rencontré l’ami qu’on était supposé rétrouver”.
8) Spider (David Cronenberg, 2002). Quando scende dal treno Spider ha quattro camicie indossso. Nonostante il caldo. E una piccola valigia piena di cose inutili, tra cui un libretto vergato da una grafia minuta. Simile a quella usata da Robert Walser quando scriveva in manicomio. Samuel Riba, il protagonista di Dublinesca (2010), vede Spider e pensa a L’homme qui dort di Perec e poi a Deserto rosso di Antonioni con Monica Vitti che è “un Spider en version femenina y avant-la-lettre”. E di Cronenberg dice asciutto asciutto “uno de los últimos directores que le quedan al cine”.

9) L’anno scorso a Marienbad (Alain Resnais, 1961). Il protagonista di Marienbad electrico (2016) passa cinque giorni a Marienbad e inevitabilmente ripensa a quando, da adolescente, vide per la prima volta il film di Resnais al cinema Savoy di Barcellona, senza capirci nulla. Cinquanta anni dopo si trova nella stessa situazione, ma quelle immagini gli rimangono in testa. “Il canto più bello non è forse quello in una lingua sconosciuta?”, si domanda. Una risposta più completa la troviamo nel racconto Ella era Hemingway (2008) dove dice: “Quando leggo qualcosa che capisco perfettamente, la abbandono deluso. Non mi piacciono i racconti che oscillano pericolosamente sull’abisso dell’ovvio. Perché capire può essere una condanna. E non capire, la porta che si apre”.
10) L’uomo di Londra (Béla Tarr, 2007). Nel 2023 la Filmoteca de Catalunya decide di dare carta bianca a Vila-Matas. Tra i dieci film selezionati c’è Una storia di violenza (ancora Cronenberg), Tam Tam dell’amico Arrieta, c’è un Ford, un Wenders. E poi c’è questo film che Béla Tarr ha tratto da un romanzo di Simenon, Su Youtube si trova una lunga intervista in cui spiega il perché delle sue scelte. Il giorno che imparo il catalano, capisco anche quel che dice.

P. S. Fin dalle interviste inventate del Vila-Matas ventenne si capisce che il ragazzo ha un’idea del tutto personale del rapporto tra realtà e finzione. Anche le notizie biografiche che ho riportato in questa lista sono tutte da prendere con le molle. I suoi libri sono pieni di citazioni non di rado false, più spesso rimaneggiate, a volte attribuite alla persona sbagliata, a volte a una inesistente. Insomma è il prototipo del narratore inaffidabile. Espressione che in spagnolo si rende con narrador sospechoso. Sospetto, tra l’altro, che possieda anche una segreta vena satanica. Non a caso si chiama EVILamatas. Che letto al contrario (come si faceva un tempo con gli album dei Rolling Stones) diventa Satam Alive.